Un manifesto per un'architettura dell'informazione
Nuove sostanze
L'Informatica e il rinnovamento dell'architettura
di Antonino Saggio
www.arc1.uniroma1.it/saggio/articoli/it/manifesto
Nuove sostanze. Analisi Preliminare
il link è apribile solo con alcuni browser, se avete problemi potete scaricare il file da qui
Nel manifesto ho evidenziato le frasi chiave, numerando i passi fondamentali esaminati poi sotto il punto di vista delle INTERCONESSIONI
(in rosso considerazioni personali, trascurabili, perchè argomentate nella sezione commento al Manifesto)

LINK all'articolo del Prof.Antonino Saggio >>
LA VIA DEI SIMBOLI. IL RITORNO DEL MONUMENTO
Costruire, n.182, Luglio-Agosto 1998 (pp. 124-128)
e anche
(Antonino Saggio, La via dei simboli, Coffee Break, 15 dicembre 2000)
“Il simbolo è più o meno il contenuto che esso esprime come simbolo” |
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Dal testo estratto da Wikipedia, si nota che l’etimologia della parola mette insieme due parti, un lavoro che l’architettura deve assolutamente soddisfare, ciò unire tramite il dialogo: la città e la comunità.
Questo atteggiamento rende un' architettura, comunicativa e rappresentativa divenendo
“un monumento di una collettività che guarda al resto del mondo e che al domani si proietta con slancio.”
(Saggio, Antonino Saggio, La via dei simboli, Coffee Break, 15 dicembre 2000)
La citazione del Prof. Saggio introduce l’esplicazione di un excursus che parte dalla Sidney Opera House di Jørn Utzon (oggetto della citazione), ritenuto il simbolo della comunità australiana e si “conclude” con il Guggenheim Museum di Bilbao.
Il concorso della SOH, vinto nel 1956 (vedi lezione n°2), non solo grazie alla genialità del progettista, ma anche alla giuria del concorso composta da grandi architetti tra cui Eero Saarinen, ricercatore della “liberazione della forma”.
(Saggio02, Antonino Saggio, Architettura e modernità, Carocci, 2010)
Liberazione formale che Saarinen vide nel progetto di Utzon, “architetto interessato all'uomo nelle sue diverse manifestazioni sociali, mai alla imposizione della propria griffe. Sa che opere diverse per scala e programma debbono avere risposte diverse.” (Saggio)
Il progetto diviene “monumento di una collettività” non monumento nella sua accezione negativa, come riteneva il Movimento Moderno (CIAM).

immagine del concerto streaming della YouTube Symphony Orchestra tenutosi alla Sidney Opera House il 20 marzo 2011
GUARDA IL VIDEO con le proiezioni interne ed esterne di Obscura Digital parte finale
GUARDA IL VIDEO di tutto il concerto
“"A noi non interessano i monumenti", parafrasando Frank Llyod Wright, sostenevano gli architetti moderni, e avevano ragione. Infatti la parola Monumento tra le due guerre, era usata per esprimere la potenza di uno Stato, spesso dittatoriale, che intendeva magnificare l'autorità, il comando, la gerarchia.
La Mosca di Stalin, le scenografie di Hitler, la nuova romanità di Mussolini, ma anche i parlamenti classicheggianti della nuova Finlandia o la sede delle Società delle Nazioni a Ginevra.” (Saggio)
Si intende la nuova “cattedrale” della città, non religiosa, ma punto focale della cittadinanza dove “la gente vive tutto lo spazio pubblico, ci va di giorno e di notte, genitori con bambini, turisti, vecchi operai con il basco e teenager con i pattini.” (Saggio)
Quest’ultima citazione si riferisce ad un altro SIMBOLO dell’architettura contemporanea, il Museo Guggenheim di Bilbao di Frank Owen Gehry concluso nel 1997.
Un’opera che ha risolto problemi nella scala urbanistica e nella scala architettonica. (vedi Saggio per i “dettagli”)
visita virtuale - Guggenheim
documentario sul Museo parte 01
Altri, sono stati gli edifici trattati, in particolare, il Kiasma di Steven Holl, dove la comunicazione ha giocato un ruolo cruciale nello sviluppo e la conoscenza del museo di Helsinki.
Basti pensare che Kiasma il nome del museo è il concept che Holl usa per strutturare il progetto, che appena realizzato fu anche battezzato.
Edificio che rispetto a quello di Bilbao è in un’area centrale della città ma si innesta completando “così il disegno che Alvar Aalto aveva previsto per le sponde del lago Kamppi: una serie di grandi attrezzature pubbliche che si specchiano sull’acqua e come “perle di una collana” punteggiano l’accesso verde alla città.” (Saggio02, pag.353)
Vedi Post sul mio Blog:
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Riguardo all’edificio simbolo, nell’articolo (Antonino Saggio, La via dei simboli, Coffee Break, 15 dicembre 2000)
il Prof. A. Saggio elenca più ragioni, per le quali Utzon abbia dato vita ad un’opera di così tale valenza simbolica, uno “è che in Utzon, velista come Piano e Erskine, c'è un interesse verso le forme naturali del volo e del movimento.”
Questa frase mi ha ricordato la con-cattedrale di Taranto (in questo caso un edificio religioso), progettata da Giò Ponti nel 1970 “la Vela di Giò Ponti”,
commissionata per prima a Pier luigi Nervi che rinunciò il 20 giugno del 1962.
Un edificio chiave della città di Taranto, divenuto effettivamente SIMBOLO.
Sotto riporto un estratto dall’articolo di Mariangela Martellotta
(Mariangela Martellotta, 1970 - 2010 LA CONCATTREDALE DI TARANTO, LA VELA DISEGNATA DA GIO' PONTI, COMPIE 40 ANNI, Grottaglieinrete.it, 6 dicembre 2010)
“Non mi sono mai dichiarata sulla religione, probabilmente perché sono credente ma non praticante, eppure ci sono cose che non riesco a spiegarmi, come l’emozione che mi da un’opera come la “Vela di Giò Ponti”, conosciuta più con il suo titolo di Concattedrale di Taranto.”

(Inaugurazione nel 1970 – tratta dal mensile DOMUS - 1971) immagine da qui
Nell’articolo c’è anche una citazione di Giò Ponti stesso:
“Mi ripetevo che l’architettura religiosa è prima un fatto di religione e poi di architettura, e pensavo alla grande suggestione religiosa delle chiese francescane, delle chiese romaniche, dei duomi e delle basiliche pugliesi, e di San Nicola e pensavo alla semplicità di Martina Franca. Ma pensavo che io dovevo dare di me stesso il meglio, perché Dio me ne aveva dato l’ingegno e perché dovevo ben dedicare i migliori frutti a Lui. E pensavo ce una chiesa è una chiesa, ed una cattedrale è una cattedrale, e che io dovevo dare il meglio di me stesso non solo ai fedeli d’una parrocchia, ma alla Cattedrale del popolo di Taranto, ed anche la popolo delle Puglie Ioniche, alla sua antica fede fedele, alla santa semplicità della sua povertà, ai suoi santi […]”
(lettera di Giò Ponti a mons. Motolese del 27 Agosto 1963).

(Giò Ponti sul cantiere della Concattedrale nel 1970 – tratta dal mensile DOMUS - 1971) immagine da qui
progettista anche del Pirellone di Milano
immagine di Alessandro Zuek Simonetti da qui
Rileggere il manifesto “Nuove sostanze. L'Informatica e il rinnovamento dell'architettura” dopo l’inizio del corso e delle letture consigliate, ha acquistato una grande valenza, perché mi ha consentito di capire il vero concetto che adesso argomenterò.
Dico questo perché conoscevo il saggio, non a caso l‘incipit del mio sito riporta gli ultimi due periodi del testo
“Mies Van Der Rohe, chiudendo il congresso del Werkbund a Vienna nel 1930, disse: "Il tempo nuovo è una realtà; esiste indipendentemente dal fatto che noi lo accettiamo o lo rifiutiamo. Non è né migliore né peggiore di qualsiasi altro tempo, è semplicemente un dato di fatto ed è in sé indifferente ai valori. Quel che importa non è il 'che cosa' ma unicamente e solo 'il come'".
Il come è nostro.”
Il manifesto, a detta del Prof. Saggio, non che anche autore dello stesso, vuole rivolgersi a tutti, da qui le 11 traduzioni nelle varie lingue; alla mia prima lettura non riuscivo (se posso dirlo da addetto ai lavori) a capire come l’informatica poteva adattarsi all’architettura non solo semplicemente nell'ambito tecnico "si disegna al computer". Purtroppo non avevo ancora una visione complessiva del “problema”.
Visione, poi, chiarificata nel libro: “INTRODUZIONE ALLA RIVOLUZIONE INFORMATICA IN ARCHITETTURA” Antonino Saggio, che già nella prima parte Questioni di contenuto esplica i concetti del Manifesto. Quello che ha catturato maggiormente la mia attenzione si trova ancor prima della prima parte, nell’introduzione, infatti, viene citato Fritjof Capra.
“Fritjof Capra, tra i grandi divulgatori della moderna scienza, scrive: <<Nella teoria dei quanti non si termina mai con “cose” ma sempre con interconnessioni. […] Quando penetriamo dentro la materia, la natura non ci mostra alcun isolato mattone da costruzione, ma piuttosto una complicata ragnatela di relazioni esistenti tra le varie parti di un unificato intero>>".
Colgo l’occasione per dire al Prof.Saggio, che nel libro c’è un errore di scrittura, all’inizio, prima della citazione “delle moderna scienza”.
Detto questo, iniziamo:
Il Prof. Saggio nel libro si serve della citazione del Prof. Capra come metafora del mondo informatico, definendolo come “una ragnatela mobile” composta appunto dalle interconnessioni che implicitamente nel manifesto vengo reiterate e mai citate.
Trovo fondamentale la conoscenza e l’esplicitazione delle interconnessioni per comprendere a pieno il testo, inoltre l’uso di questo termine renderebbe ciclica la lettura che adesso si propone in una visione lineare, strutturata per punti.
Le interconnessioni costituiscono la base per concepire la nuova architettura dell’informatica; è così che prende “forma” l’ultima parte del paragrafo urbanscape, nelle sue articolazioni dinamiche di spazi interstiziali 'tra' nuovo e preesistente: attaccare l’esistente, raggiungere l’espansione massima del gesto di Gropius nello scavalcare la strada, rompendo l’isolato, rompendo gli schemi della città consolidata e strutturata, salire di scala partendo dalle interconnessioni delle aree dismesse, i vuoti urbani, per congiungerli con la città e a sua volta la città con il paesaggio.
Divenire estensione nel senso di protesi alla preesistenza consolidata, come è, a tutti gli effetti, lo strumento informatico per noi uomini. (ripenso al discorso visionario del ’84 di Negroponte sul Touch arrivato oggi con l’iPhone, l’iPad, per giungere alle visioni contemporanee del ubiquitous computing tradotto nel “computare onnipresente”).
Le interconnessioni diventerebbero il catalizzatore di tutto il testo, rendendo comprensibile vari concetti: quello di “Spazio sistema”, aperto, che interagisce con il vuotometrico in uno scambio continuo, che si contrappone allo “Spazio Organo”, chiuso in se stesso; ed anche il concetto di architettura come ibridazione tra natura, paesaggio e tecnologia non sarebbe possibile concepirlo senza le interconnessioni; per ultima e non per importanza, la parola chiave, fluidità, concetto attivo, non inerte ma mobile.
“La fluidità si configura come metafora portante dell’attuale fase dell’epoca moderna. I fluidi non fissano lo spazio, non legano il tempo. I fluidi non conservano mai a lungo la propria forma, e sono sempre pronti a cambiarla. I fluidi viaggiano con estrema facilità, scorrono, traboccano, si spargono, tracimano, colano, gocciolano. La straordinaria mobilità dei fluidi è ciò che li associa all’idea di leggerezza.
[Da Modernità liquida di Zygmunt Bauman]
Infine per concludere non posso omettere che nel manifesto ci sono dei concetti come quello della comunicazione [“Insomma bisogna vedere "che" comunicazione si vuole e noi crediamo che si possa perseguire non solo la celebrazione bolsa del potere, politico o economico, magari dittatoriale o monopolistico, ma anche un nuovo sentire” ]che non vengono ben delineati ma si associano a perseguire non solo ... ma anche un nuovo sentire. Penso che questo sia emblematico del fatto che il manifesto si propone di vivere il come, che io condivido assolutamente (vedi sopra), ma altrettanto sento necessario concepire il che cosa e il perché del proprio fare,(dal momento che questi rientrano nell’indole umana) punti strutturanti dei principi e dell’etica che ogni buona architettura dovrebbe avere.
il che cosa non per essere profeti ma per auspicare ad un qualcosa, che potrebbe definire il
nuovo sentire.
Recensione de L'Architettura dell'intelligenza di Derrick de Kerckhove

Il principio è il catalizzatore del libro, che plasma il nostro modo di analizzare, in particolare il concetto di spazio. Derrick de Kerckhove apre lo scritto parlando dell'era pre-alfabeto per legittimare l'idea che l'alfabetizzazione greca abbia portato ad un nuovo sviluppo delle capacità analitiche e dei processi mentali, introducendo la griglia (Ippodamo da Mileto, architetto greco del V sec a.C). "L'alfabeto è stato ed è una tecnologia centrale dell'elaborazione umana dell'informazione" (pag. 8). La prima parte, denominata l'α-principio, introduce l'e-principio con il quale l'elettricità, come l'alfabeto, diventa "un nuovo tipo di relazione con lo spazio" (pag. 22), dando vita così ad un nuovo spazio. Uno spazio dinamico (basato sull'intelligenza) dove s'introduce l'immaginazione oggettiva, traducibile nella realtà virtuale RV, o meglio cyberspazio, neologismo coniato da William Gibson.
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William Gibson, immagine da qui
Questo nuovo spazio struttura l'intera opera, estrapolando gran parte dei suoi aspetti, non solo positivi.
Si analizzano così i rapporti del cyberspazio con lo spazio fisico e mentale, diventando protesi del primo e connettore per il secondo.
L'autore, nella prima relazione, usa la metafora delle reti organiche e quelle elettriche, entrambe piene d'intelligenza, complesse e sensibili. Egli riprende le parole di Marshall McLuhan, suo maestro, che definì l'elettricità come "estensione universale del sistema nervoso centrale". Parole visionarie che si materializzano nell'esempio del telefono, che lo stesso de Kerckhove qualifica come "un nuovo organo di senso [...], la tecnologia che meglio sottolinea e sostiene la nostra nuova scala mentale, che è globale".
Tecnologie personali (Internet, Web) che hanno integrato le "vecchie" come le bilaterali (telecomunicazioni, telefono) e unilaterali (radio, TV) facendo diventare anch'esse personali.
Si passa poi ad analizzare, nella seconda relazione, lo spazio mentale, luogo dell'immaginazione soggettiva e strettamente influenzato dalla cyberception (termine di Roy Ascott), una nuova percezione mediata dagli strumenti fisici del cyberspazio: il mouse, lo schermo, oggi il touch, un interspazio fra virtuale e reale.
"Quando navigo in rete, la dimensione tattile del cliccare e penetrare strati e strati di informazioni è molto simile al processo multisensoriale del pensare" (pag. 39).

Con le suddette relazioni si conclude il discorso teorico dell'autore; de Kerckhove comincia poi ad elencare ed argomentare per tematiche differenti approcci alla progettazione. Importante notare il metodo esplicativo, poco discorsivo e singhiozzante che mette in rete più visioni, chiamando in causa diverse personalità del mondo dell'architettura: Toyo Ito, Rem Koolhaas, Jean Nouvel, Lars Spuybroek dei Nox, Greg Lynn, Marcos Novak, il gruppo MONOLAB, Van Berkel e Bos di UN Studio e Kaas Oosterhuis. Da sottolineare la presenza massiva degli esponenti olandesi.

Marcos Novak, warp map 4D Ext
Ognuno degli architetti citati, chiaramente in maniera differente, conduce una ricerca continua del rapporto fra realtà e realtà virtuale.
Due realtà con aspetti spaziali comuni: vivibilità, occupabilità, voglia di comunità, gestione del tempo e dello spazio, come ricorda Anna Cicognani.
R+RV=RAumentata
Un testo pieno zeppo "di intuizioni, di link, di percorsi"(come sottolinea il Prof. Antonino Saggio nella prefazione)

che invita il lettore a scoprire questa nuova ricerca che de Kerckhove struttura con i principi virtuosi di William Mitchell, dediti alla semplicità, alla trasformazione dolce, alla gestione intelligente, alla smobilitazione, alla personalizzazione di massa, alla dematerializzazione.
Apprezzabile è anche la configurazione del libro, dove ogni singola pagina è un paragrafo, organizzato con testo, citazioni e immagini di Arnold Wu, Peter Marshall e Tonik Wojityra, elementi che rappresentano tonalità dello stesso colore, facilitando non solo la comprensione del singolo argomento, ma della struttura tutta.

Libro da consigliare. Buona lettura e...buona visione.
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Lezioni sull'intelligenza connettiva a Milano di Derrick de Kerckhove
De Kerckhove - Intelligenza connettiva - parte1
(da youtube troverete tra i correlati le parti successive)

UrbanGreenLine Sistem
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UrbanGreenLine Concept_Formula
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UrbanGreenLine Formula

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Il logo di quest'anno ha come tema il LIMONE, l'intento è quello di comunicare all'osservatore quanto l'information technology abbia invaso la gestione della produzione di qualsiasi prodotto.
Infatti dall'era agricola ad oggi i vari cicli di produzione, hanno acquistato e perso valenza (sempre in maniera compensativa) nell'intero sistema, questo cambiamento ha influito pesantemente nel prodotto che ha visto crescere a dismisura l’informazione nella fase di "produzione" (vedi appunti lezione n°2).
Importantissimo è la trasformazione di quest'ultima dopo il ’56, grazie alle nuove tecnologie i nuovi media, vedi la TV e la radio, tecnologie unilaterali di informazione, le telecomunicazioni e la telefonia strumenti bilaterali ed infine Internet e il Web strumenti personali.
Nell'immagine si notano subito tre limoni, "afferrati" da altrettante mani, completamente differenti fra di loro,non solo nella morfologia, ma anche e sopratutto nell'atteggiamento della presa.
La prima mano sembra quasi cogliere il frutto dall'albero (evocando la raccolta), la seconda con un guanto igenico e una presa distaccata, quasi non fosse un frutto ma un oggetto (ricorda i controlli sul nastro trasportatore industriale con gli adetti attenti alla qualità, degli agrumi in questo caso).
L'ultima mano, la più evidente, si avvicina sfiorando il limone come cercare di percepire la sua consistenza, i suoi piccoli pori (un dito Touch, che esplora il limone cercando di entrarci "dentro", una visione per niente distaccata come quella della produzione industriale)
Inoltre, ci sono delle linee-forma che diagrammaticamente sintetizzano le varie percentuali di influenza, delle varie fasi:
raccolta , meccanizzazione (circa il 10%)
e
l'informazione il 90 %

LINK all'articolo del Prof.Antonino Saggio >>
Modelli decisonali diagrammatici scientifici per un'architettura in forma di modello.
Per approfondire e comprendere a pieno la valenza dei modelli gerarchici, ho letto uno scritto del Prof. Saggio , sotto forma di lettera ai ragazzi di Rappresentazione.net, si parla dei modelli decisionali, e ne vengono descritti fondamentalmente tre di partenza:
Il modello decisionale oggettivo
Basato sullo studio dell’uomo delle sue misure e degli spazi su misura, anzi degli spazi minimi, un modello portato avanti da Alexander Klein funzionalista russo degli anni ’20, studi sfociati nel famoso manuale del NEUFERT

L'immagine oltre ad essere di completamento è anche di approfondimento e comprensione del sistema progettuale attuato da Ernst Neufert (assistente del maestro Walter Gropius, informazione non di poco conto), che intitola il suo handbok ARCHITECTS'DATA, parla di dati oggettivi basati solo sulle misure dell'uomo; non sono per niente contestualizzati e soggettivizzabili, una standardizazione figlia dell'era industriale, dove Gropius ne fu il maestro sopratutto nella progettazione della sede del Bauhaus a Dessau 1925.
Il modello decisionale prestazionale
Lo studio di processi, relazioni e requisiti funzionali, portati all'esasperazione sezionati "all'infinito", messi a sistema addirittura tramite schede perforate, per giungere a soluzioni architettoniche.

immagine dalla "lettera" del Prof. Saggio ai ragazzi di rappresentazione.net
Il modello strutturalista
Utilizzato “da Habraken e del Sar olandese che proponeva per la prima volta coscientemente una "gerarchia delle scelte" alcune che formavano le strutture fisse (come appunto l'antropologia strutturale aveva insegnato nei contesti comportamentali) dall'altro le variazioni delle forme e dei comportamenti "entro" quelle strutture fisse che Habraken chiamava Supports.” (Antonino Saggio).

“Studia il campo del costruito andrà avanti anche senza te ma tu potrai contribuire a qualcosa”
(Habraken)
Il Prof. continua introducendo il modello diagrammatico, non inteso come schizzo dell’idea finale, ma idea di un processo da seguire per dar vita ad un modello dinamico, come un foglio elettronico nella filosofia what…if, che converga verso l’elettricità, internet e le interconnessioni dinamiche dei dati.
Strutture gerarchiche, non sono un’organizzazione funzionale della modellazione, ma un vero e proprio strumento di gestione del progetto.
Il progetto del Museo della Mercedes Benz in Germania, di Van Berkel ne è l'esempio, per capirlo leggi l'intervista linkata sotto.
( da sito Prof.Saggio) scarica PDF>> progetto Mercedes Benz - Ben Van Berkel
stralcio dall'intevista di Emiliano Gandolfi a Ben Van Berkel

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immagine del libro VAN BERKEL DIGITALE, tratto dalla collana La Rivoluzione Informatica.
